|
CULTURA - Briciole di storia
|
Home
|
L'alta Valle di Sole, di cui Vermiglio è l'estremo lembo occidentale, è stata colonizzata in età preistorica da popolazioni di cacciatori stagionali poi stabilitesi definitivamente su questo territorio.
Testimonianze archeologiche e storiche attestano l'appartenenza di queste valli alle culture centro-alpine che si sono succedute nel corso dei due millenni prima di Cristo e poi romanizzate.
Le piccole comunità di montagna si organizzavano in forma autartica cercando di vivere con ciò che il territorio poteva offrire e limitando le importazioni a pochissimi generi introvabili nella zona.
Questa organizzazione sociale ed economica viene codificata in epoca medioevale e rinascimentale dalle «Carte di regola», veri e propri statuti amministrativi che le comunità adottavano per forme di autogestione del territorio nei limiti imposti dall'autorità del
Principe-vescovo di
Trento; con queste leggi erano disciplinate tutte le possibili attività economiche di tipo agricolo e silvo-pastorale.
Il territorio coperto di vegetazione, quindi sfruttabile per quelle attività economiche, era controllato fino all'ultimo metro e in ogni sua possibile produzione.
Queste norme erano valide solo all'interno della comunità e si applicavano in modo più restrittivo ai forestieri che vi soggiornavano.
Sembra contraddire questo tipo di organizzazione amministrativa la grande mobilità degli uomini di questa valle.
L'emigrazione stagionale maschile fu molto forte dal medioevo al secolo scorso.
Molto accentuata fu anche l'immigrazione dalle vicine valli lombarde, indotta dall'estrazione del ferro dal monte Boai.
Per secoli le genti vermigliane affiancarono al lavoro di contadini quello di minatori; l'attività estrattiva in questa zona
venne definitivamente abbandonata solo negli anni cinquanta.
La collocazione geografica del paese ne ha fatto un naturale luogo di transito e di collegamento con la Lombardia.
Il Passo Tonale (1880 s.l.m.) spartiacque fra la Val di Sole e la Val Camonica è sempre stato privilegiato nei traffici commerciali e nelle comunicazioni fra le due regioni.
Risale al 1127 l'Ospizio S. Bartolomeo al Tonale, fatto costruire da un nobile vermigliano per offrire alloggio e ristoro ai viandanti e ai mercanti che si trovavano a valicare il Tonale.
Leggende dicono che transitarono per il Passo le armate di Carlo Magno e di Federico Barbarossa.
La guerra dei trent'anni, la guerra di successione spagnola, le guerre napoleoniche, le guerre d'indipendenza e la prima guerra mondiale interessarono il nostro valico, confermando la sua importanza strategica.
Il comando supremo austriaco, dopo che nel 1848 e nel 1859 corpi franchi mazziniani erano penetrati in Val di Sole dal Tonale con relativa facilità, progettò la fortificazione della zona.
Nel 1860 iniziò la costruzione di Forte Strino (recentemente ristrutturato e trasformato in museo) al quale nei decenni successivi si aggiunsero in altri punti strategici della Valle, Forte Velon, Forte Presanella, Forte Saccarana e Forte Mero.
Alla vigilia della Grande Guerra il passo era sbarrato da un sistema di forti situati «a tenaglia» sui due fianchi della Valle.
La validità di quest'opera di difesa sarà confermata dal bilancio dei tre anni di guerra quassù combattuti: gli alpini entrarono in Val di Sole solo con l'armistizio.
Nell'estate del 1864 varcò il Tonale il leggendario esploratore inglese Douglas William Freshfield, diretto a realizzare la prima salita sulla cima Presanella.
Contemporaneamente stava organizzando una spedizione alla stessa vetta, però dal versante opposto il tenente dell'esercito austroungarico Julius Payer.
Non fu poca la sua amarezza nel trovare sulla cima i segni e il messaggio del passaggio di Freshfield solo due giorni prima.
Queste imprese alpinistiche crearono l'embrione della fortuna turistica di questa zona, sopraggiunta in forma industriale un secolo dopo.
L'entrata in guerra del Regno d'Italia nel '15 riportò i combattenti su questo confine.
A differenza delle precedenti, in questa guerra i combattimenti non si concentrarono sul
valico ma si allargarono a macchia d'olio sulle cime circostanti, in osservanza a quella regola tattica, non sempre efficace come si credeva, che imponeva di impadronirsi delle alture prima di avanzare nel fondovalle.
Torrione Albiolo, Castellaccio, cima Presena, cima Lago Scuro, cima Zigolon (ribattezzata dagli alpini «sgualdrina» perché passava continuamente dalle loro mani a quelle degli austriaci), cima Busazza, Monticelli, nomi che si scolpirono nell'immaginario popolare per le battaglie lassù combattute che i giornali e la propaganda celebravano trasformando le azioni disperate di contadini-soldati in gesta di eroismo patriottico.
Gli scontri a quote che sfioravano o superavano i 3000 metri, erano simili ai duelli fra gentiluomini e poco avevano in comune
con le carneficine di massa che insanguinavano il Carso; non mancarono nemmeno momenti di spirito cavalieresco e di solidarietà fra alpini e kaiserjaeger "poiché - scrive Mario Isnenghi - il fondo umano comune, la struttura militare e il tipo di guerra si estendono e sono comuni ai momentanei nemici, e la guerra -
destoricizzata e apolitica dell'una e dell'altra parte - si combatte senza odio e senza
speranza, come mestiere, prosecuzione della vita, che è per tutti fatica e soggezione alla
sorte.
"Come in tutte le guerre, pesante fu il tributo imposto ai


civili,; la militarizzazione del territorio, le azioni di guerra e la povertà della popolazione determinò l'evacuazione forzata e totale dei vermigliani.
Furono deportati a Mitterndorf, vicino a Vienna, dove era stato costruito un campo profughi per gli sfollati trentini.
Le precarie condizioni ÌgÌeniche, sanitarie e alimentari favorirono il dilagare di malattie infettive.
Per la drammaticità delle loro condizioni i profughi vermigìiani furono lasciati tornare in Trentino (non a Vermiglio) nel 1917- Poterono
rientrare in paese solo a guerra finita.
Incendi, bombardamenti e saccheggi avevano ridotto l'abitato a uno scheletro: alle miserie della guerra seguivano quelle di una ricostruzione lunga e faticosa.
La Grande Guerra portò sul Passo del Tonale e sul ghiacciaio Presena un'antropizzazione fino ad allora impensata: la vita e l'attività umana durante il periodo invernale.
Alpini e kaiserjaeger, oltre a lasciare per primi sulle nevi di queste montagne le tracce degli sci, lasciarono sentieri, mulattiere, gallerie, strade camionabili, teleferiche, funivie, baracche e fortificazioni.
Esempi concreti di come si poteva portare e far vivere centinaia di persone in alta montagna.
Il turismo di massa aveva le sue radici.
Non fu un caso se molti presidi bellici d'alta quota diventarono poi rinomate stazioni turistiche.
Nei decenni immediatamente successivi alla guerra fu dapprima un turismo celebrativo, quello delle associazioni di ex combattenti, per poi diventare un turismo che investiva sempre più larghi strati di popolazione.
La seconda guerra mondiale interruppe questo sviluppo che riprese negli anni cinquanta per diventare industria negli anni sessanta e rivoluzionare l'assetto economico di questa valle.
Sebbene in forma diversa, proseguiva il millenario rapporto fra uomo e montagna.
|